DEI GIUDICI E DELLE PENE: CORRUZIONE NEL TRIBUNALE FALLIMENTARE

Camorra, il pentito Iovine: «Una struttura per corrompere i giudici, 250mila euro per aggiustare i processi»

In corruzione, Fallimentare di Roma, fallimenti pilotati on giugno 19, 2014 at 9:47 am

Giusto per la cronaca (e per ridere) continuano ad uscire notizie (e conferme) su quello che è il sentimento generale ovvero che una parte della magistratura, come della politica italiana, sia al soldo delle organizzazioni criminali.

Se in parte ne abbiamo avuto le prove, anche se in attesa dei processi, con le vicende della nostra amica Chiara Schettini & Co. ora con le confessioni dei pentiti di “rango” ne abbiamo praticamente la certezza. Sentenze  e  fallimenti pilotati grazie a giudici corrotti.

La cosa che deve far riflettere è che anche una volta che si appura che un giudice è stato corrotto, la giustizia è talmente lenta e farraginosa che la parte lesa non vedrà il risarcimento del danno prima dei 25 anni e l’imputato o il condannato vedrà prescriversi le condanne penali, quando non gli vengono fatte leggine ad hoc per farla franca come per esempio la “svuota carceri”.

 

Articolo de ilmessaggero: LEGGILO TUTTO DA QUI.

Secondo il pentito dei casalesi Antonio Iovine esisteva una «struttura che girava per il tribunale di Napoli» per corrompere i giudici. I casi di presunta corruzione sono stati trasmessi alla procura di Roma, competente a indagare sui magistrati partenopei, che ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di corruzione in relazione alle dichiarazioni del pentito. Iovine sarà ascoltato.

Iovine: processi “aggiustati” per 250mila euro. Iovine, in un interrogatorio depositato oggi dai pm della Dda, ha detto che sono stati versati 250 mila euro a un giudice e a un avvocato per “aggiustare” un processo in appello relativo a un duplice omicidio. Iovine ha dichiarato che il suo legale, avvocato Michele Santonastaso, attualmente detenuto per un’altra inchiesta, gli disse che occorreva la somma di 250mila euro da consegnare a un giudice e a un avvocato per ottenere l’assoluzione in appello in un processo per duplice omicidio.

Antonio Iovine fu assolto in appello, dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo, per un duplice omicidio avvenuto nel Casertano. Dopo il suo pentimento, Iovine ha invece confessato di essere stato l’autore dei delitti. Il processo d’appello è quello per il quale Iovine ha rivelato l’episodio di presunta corruzione.

«Pagai due volte e ottenni l’assoluzione». Quando Iovine parla dei casi di presunti aggiustamenti di processi fa in particolare riferimento a due episodi. Si tratta di vicende che si erano concluse con la condanna in primo grado e con il ribaltamento della sentenza da parte della medesima sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli che lo assolse. Il 26 maggio scorso Iovine è stato interrogato dal pm della Dda di Napoli, Antonello Ardituro. «In alcune occasioni l’avvocato Michele Santonastaso – ha affermato Iovine – mi ha chiesto dei soldi per farmi avere delle assoluzioni». Il collaboratore si sofferma dapprima sul processo per l’omicidio di Nicola Griffo, vittima di lupara bianca. Santonastaso, a suo dire, gli avrebbe consigliato un penalista «che aveva un buon rapporto» con il presidente della Corte di assise Appello. «Il discorso fu molto chiaro, mi consigliò la nomina facendo riferimento chiaramente alla sua amicizia con il presidente della Corte».

Il pentito nei verbali fa i nomi del giudice e dell’avvocato che sarebbero stati coinvolti nella vicenda, ora all’attenzione dei pm della procura di Roma, cha ha la titolarità delle indagini in cui sono indagati magistrati del distretto partenopeo. Santonastaso avrebbe fatto sapere a Iovine che l’avvocato voleva 200 milioni di lire necessari per fargli ottenere l’assoluzione.

«Io accettai, fui assolto e pagai i 200 milioni in due rate di 100 milioni ciascuno. Santonastaso non mi ha mai spiegato nel dettaglio quale strada fu percorsa per ottenere l’assoluzione ma era chiaro che essa era stata ottenuta con metodi illeciti».

Al pm Ardituro il pentito (che fu condannato a 30 anni in primo grado e assolto in appello) ha ammesso di aver commesso il delitto con la complicità di altri tre camorristi.

Iovine si sofferma poi su un duplice omicidio. Si tratta dell’uccisione di Ubaldo e Antonio Scamperti, avvenuta a San Tammaro (Caserta) nel 1985. Per tale delitto Iovine fu condannato all’ergastolo in primo grado e assolto dalla stessa sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli. Quando seppe che il processo era stato assegnato allo stesso presidente «mi tranquillizzai molto – dice Iovine – Santonastaso mi chiedeva la disponibilità a dargli 200mila euro. Io diedi il via libera ed effettivamente fui assolto. Pagai i 200mila euro a Santonastaso in due rate da 100mila a distanza di una settimana l’una dall’altra».

Anche per il duplice omicidio Iovine ha ammesso la propria partecipazione diretta. Alla domanda del pm sul perchè avessero atteso il giudizio di appello e non fossero intervenuti prima per “aggiustare” i processi, Iovine spiega: «Santonastaso mi faceva il ragionamento che per quanto riguarda la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere non era sua competenza, perché Santa Maria era un pò così, faceva la differenza tra Napoli e Santa Maria».

Il giudice coinvolto. Le dichiarazioni del pentito di camorra Antonio Iovine coinvolgono anche l’ex presidente della corte d’assise d’appello di Napoli, Pietro Lignola. Il magistrato, per un’altra vicenda in cui gli viene contestato il reato di rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio, è attualmente sotto processo a Roma davanti alla II sezione penale. I pm della capitale gli contestano i reati aggravati anche dal vincolo mafioso. La prossima udienza del processo è fissata per il 10 luglio.

Antonio Iovine, su consiglio di Michele Santonastaso, scelse come avvocato Sergio Cola, ex parlamentare di Alleanza Nazionale, perché «aveva un buon rapporto» con l’allora presidente della Corte d’Assise d’Appello di Napoli, Pietro Lignola. Lo racconta Iovine nel verbale dell’interrogatorio rilasciato ai pm della Dda di Napoli, depositato nel processo per le minacce ai giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione in corso a Napoli. Iovine ripercorre le vicende relative al processo per l’omicidio di Nicola Griffo, «per il quale – ricorda – avevo avuto una condanna a 30 anni» in primo grado. «L’avvocato Santonastaso – prosegue Iovine – mi promise che in appello avrebbe visto cosa si sarebbe potuto fare. Mi consigliò di nominare per l’appello anche l’avvocato Sergio Cola, in quanto aveva un buon rapporto con il presidente Lignola. Io così feci». Iovine fu assolto in appello e, sottolinea ai pm, «Santonastaso non ha mai spiegato nel dettaglio quale strada fu percorsa per ottenere l’assoluzione ma era chiaro che essa era stata ottenuta con metodi illeciti». Nel caso del processo per il duplice omicidio Scamperti, ricorda ancora Iovine, «quando venni a sapere che il processo era stato assegnato al presidente Lignola, mi tranquillizzai molto ed eroo fiducioso che Santonastaso sarebbe riuscito anche questa volta a farmi assolvere».

E Zagaria non pagò. Il boss del clan dei Casalesi Michele Zagaria dopo aver ottenuto un’assoluzione in appello non volle pagare 250mila euro all’avvocato che aveva promesso l’aggiustamento del processo ritenendolo un truffatore. È una delle circostanze raccontate dal boss pentito Antonio Iovine, nei verbali dell’interrogatorio reso ai pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro e Cesare Sirignano. Iovine riferisce la vicenda nell’ambito delle dichiarazioni su presunti casi di corruzione per ottenere esiti processuali favorevoli.

Mercoledì 18 Giugno 2014 – 13:57 – ilmessaggero

A history of violence

In calaviola, caso sannino, Chiara Schettini, corruzione, Fallimentare di Roma, Fallimenti aziende sane, fallimenti pilotati on febbraio 20, 2014 at 9:28 am

La corruzione, in magistratura è a livelli raccapriccianti, “E’ prassi dividere il compenso con il magistrato. Tre su quattro sono corrotti” confessa Chiara Schettini (nomen omen) impiegata statale con la qualifica di giudice presso il Tribunale dei Fallimenti di Roma, anzi ex, visto che le hanno messo le manette ai polsi e poi sbattuta in galera con gravissime accuse di corruzione e peculato. Ricostruiamo quello che la stampa di regime non osa nemmeno sfiorare.
“SONO PIU’ MAFIOSA DEI MAFIOSI” DICE SPAVALDAMENTE IL GIUDICE DI ROMA
La gente normale, quella che lavora per guadagnare e consegnare il bottino allo Stato vampiro, lo sa molto bene: se si può, meglio non fare causa! Si perde tempo, si perdono soldi e non si sa se ti andrà bene. E, stando a quanto sta emergendo da una prodigiosa inchiesta di cui prima o poi anche la stampa di regime sarà costretta a parlare, l’impressione poggia su basi solidissime. E sarebbe bene prendere le distanze da certa gente… più pericolosa dei delinquenti veri.
In una elaborazione di un articolo de Il Fatto Quotidiano del 31 Dicembre 2013 apparsa l’1 Gennaio 2014 sul sito malagiustiziainitalia.it, si parla di “Perizie affidate a consulenti dall’ampio potere discrezionale e dai compensi stratosferici, mazzette spartite anche con i giudici. Un crocevia affaristico in cui è coinvolto il vertice dell’ufficio [quello di Roma]”, in riferimento alla vicenda che ha visto coinvolta Chiara Schettini di cui abbiamo appena accennato. La stessa Schettini, chiama in causa (è il caso di dire) anche la magistratura umbra, passivamente prona ai desiderata di quella romana: insabbiare gli esposti, far finta di nulla ed attendere che trascorrano i tempi era l’ordine da eseguire. Sotto interrogatorio, la Schettini ha confessato al giudice (onesto e che ringraziamo a nome di tutti i lettori e le lettrici di signoraggio.it): “Si entrava in camera di consiglio e si diceva questo si fa fallire e questo no”. Chi si esprime così non è un temibile boss della mala ma è sempre lei, il veramente temibile giudice Schettini, lei sì appartenente al ramo pulito del potere, proprio quello!!! Nella sua crassa arroganza venata di ottusa prosaicità, ella ricorreva sovente ad uscite agghiaccianti, sfornando un gergo truce da gangster matricolato. Intercettata telefonicamente mentre parlava col curatore fallimentare Federico Di Lauro (anche lui in galera) minacciava di farla pagare al suo ex compagno: “Guarda, gli ho detto, sono più mafiosa dei mafiosi, ci metto niente a telefonare ai calabresi che prendono il treno, te danno una corcata de botte e se ne vanno” (da Il Fatto, 8 Luglio 2013, R. Di Giovacchino). Non finisce qui. Sempre questo giudice donna, in un’altra intercettazione che ha lasciato di stucco gli inquirenti che l’hanno più e più volte riascoltato il nastro, parlando con un ignoto interlocutore, minacciava il “povero” Di Lauro in questi termini: “Io a Di Lauro l’avrei investito con la macchina… Lui lavorava con la banda della Magliana”. Ciliegina sulla torta: parlando al telefono con un perito del Tribunale, riferendosi all’insistenza di un Avvocato che non aveva intenzione di piegarsi supinamente al comportamento della Schettini, commentava: “Il suo amico Massimo [l’Avvocato insistente Ndr.] ha chiesto la riapertura di due procedimenti (Costa Blu e Fallimento Chiumiento NDR) . Una rottura senza limiti. Gli dica di non insistere perché non domani, né dopo domani ma fra 10 anni io lo ammazzo”. Alla faccia della magistratura a cui tocca attenersi! Alla faccia delle parole del magistrato “che c’azzecckkhhA” Di Pietro colui il quale, dopo il salto della scimmia ci ha assillato ripetendo come un disco scassato che dobbiamo “affidarci alla magistratura”! come no! Si accomodi lei Di Pietro, prima di noi (senza balbettare come le accadde quando se la vide bruttina a Milano).
Nell’articolo della Di Giovacchino leggiamo inoltre: “L’amico Massimo è in realtà l’avvocato Vita. Mai ricevuto minacce? “Non da Grisolia, però mi hanno telefonato persone con accento calabrese, consigli…”. Messaggi? “Mi dicevano lasci perdere la vecchietta…” La “vecchietta” è Diana Ottini, un tipo tosto, La giudice le consegnò 500 mila euro stipulando una promessa di vendita posticipata di 10 anni, affinché acquistasse la sua casa dal Comune. Ma venuto il momento lei la casa se l’è tenuta e il Tribunale le ha dato ragione. Non è andata altrettanto bene a Francesca Chiumento, altra cliente dell’avvocato Vita, che da anni si batte per riconquistare il “suo” attico in via Germanico: 170 metri quadri, terrazza su tre livelli, che il padre aveva acquistato dagli eredi di Aldo Fabrizi. La casa finì all’asta, nei salotti romani si parla ancora della polizia arrivata con le camionette. Anche quell’asta porta la firma della Schettini: la famiglia Chiumento era pronta a pagare, a spuntarla fu un medico del Bambin Gesù che offrì 50 mila euro di meno. L’appartamento di via Germanico alla fine fu rivenduto per 1 milione e 800 mila euro a una coppia importante. Lei figlia di un costruttore, che ha tirato su villaggi turistici tra Terracina e Sperlonga, lui avvocato della banca che aveva offerto il mutuo ai legittimi proprietari” [Il Fatto Ibid.].
E pensare che questa sguaiata stipendiata statale ha campato una vita sulle spalle di noi contribuenti ed ha potuto nascondere le sue malefatte per anni dietro la protezione del ruolo affidatole dallo Stato e di persone della sua medesima risma. Tutti suoi colleghi e colleghe. Allucinante. Semplicemente allucinante. Solamente dopo essersi impaurita a causa dei giorni trascorsi in prigione, ha confessato che il suo ex compagno “Trafficava anche con il direttore di una filiale di Unicredit su 900 mila euro gliene dava 200 mila” come stecca [malagiustizia. Ibid.]. L’organizzazione funzionava a gonfie vele, il timore di essere scoperti non li sfiorava nemmeno: ‘Non ti preoccupare [la rincuorava il compagno, quello della stecca all’Unicredit] sarà rimesso tutto perfettamente”.
Suscita la ripugnanza leggere la storia di questa squallida persona la quale, nel frattempo, con lo stipendio da funzionario statale è riuscita ad accumulare un patrimonio di quasi 5 milioni di euro (quasi 10 miliardi di Lire) oltre ad attici a Parigi e Miami, ville a Fregene, un rifugio a Madonna di Campiglio… A proposito: il figlio della carcerata si è rivelato meno sveglio della mamma ma comunque fatto della medesima pasta! Infatti, mentre alla madre venivano serrati i polsi con le manette, lui riceveva l’sms in cui la madre stessa gli ordinava di fare “quello che sa” (Il Fatto, ibid.). Si avete proprio capito bene. Il figlio diciottenne, evidentemente al corrente delle attività della madre (e del padre) ed istruito a dovere su come agire in caso di necessità, si è prontamente attivato rendendosi complice della vicenda facendo sparire la valigetta col contante, frutto di una delle corruzioni cui la madre era avvezza. Solo che le sue limitate capacità hanno consentito, a chi ha effettuato la perquisizione, di ritrovare tutto all’istante.
Ed il Consiglio Superiore della Magistratura dormiva in questi anni? Certo che no! Provvedeva, come fa spessissimo, a trasferirla presso la procura di l’Aquila per ragioni di incompatibilità ambientale. Non sarebbe male saperne di più su questa scelta curiosa.
Che questa sia una vicenda riguardante un pugno di magistrati e non tutti i componenti della magistratura è lapalissiano, scontato ed evidente. E CI MANCHEREBBE ALTRO! Ma sappiate che il punto della questione non è arrivare a pronunciare frasi vuote quanto idiote del genere “Sono tutti uguali. Tra cani non si mordono…” qui c’è solo da fare una cosa: il POPOLO deve riconoscere il proprio ruolo di SOVRANO! E poi, non resta che risalire alla fonte del problema e, per farlo, NOI uomini e donne della cosiddetta “società civile” abbiamo il dovere di emanciparci. Se c’intendessimo (mi ci metto dentro anch’io – sebbene non sia un tifoso) di finanza e Stato come di calcio e cucina, con l’aiuto dei nostri veri angeli custodi seri (ed in magistratura ce ne sono eccome), il nostro futuro sarebbe radioso. Ripartire da un punto fermo è cogente. Tale punto risiede nella battaglia “persa contro la magistratura che è stata perduta quando abbiamo abrogato l’immunità parlamentare, che esistono in tutto il Mondo, ovvero quando Mastella, da me avvertito, si è abbassato il pantalone ed ha scritto sotto dittatura di quell’associazione sovversiva e di stampo che è l’Associazione Nazionale Magistrati” – F. Cossiga, Di Pietro… Ibid.

da un Articolo di: Andrea Signini

http://www.rinascita.eu/?action=news&id=22945

 

TG LA 7 la cupola alla Fallimentare di Roma

In cala viola, caso sannino, Chiara Schettini, corruzione, Fallimentare di Roma, Fallimenti aziende sane, fallimenti pilotati, Frasca Daniela, Letizia Proietti, Luigi Braito, Massimo Ottaviano Ovidio Grisolia, Massimo Silvestri, natura park, orosei, playa esmeralda on dicembre 30, 2013 at 9:15 pm

Un bel servizio sul Giudice Chiara Schettini, più mafiosa dei mafiosi (parole sue), con gli amici calabri che ti vengono a casa a massacrare di botte se non fai quello che dice.

http://tg.la7.it/cronaca/video-i785826?pmk=tgla7

Finalmente la verità sta venendo a galla, ma bisogna ricordare che tutto questo oggi avviene grazie a due grandi donne che  tra il 2006 e il 2007 per prime  hanno avuto il coraggio di denunciare le malefatte di questo giudice con le pezze al culo, Francesca Chiumiento e Antonina Costa.

E’ grazie a loro che vennero per la prima volta avviate delle indagini serie su questa associazione per delinquere anche se poi a causa, secondo noi,  di forti pressioni politico-istituzionali il tutto venne, inizialmente, insabbiato e  archiviato miserrimamente.

Poi altre denunce e querele importanti che puntavano il dito contro le malefatte di questo sacco di merda dalle sembianze umane col titolo di Giudice (chiara schettini ndr),  ed ecco che pian piano emerge la verità con dovizia di particolari a dir poco squallidi e grotteschi.

Ma alcune cose ci rammaricano ancora, la prima è la prematura perdita della Sig.ra Costa e del fratello e della mamma di Francesca Chiumiento, che a  causa di malattie causate certamente dal forte stato di stress che sono stati costretti a sopportare  hanno perduto la salute e la vita. La seconda è la lentezza della giustizia in Italia: per vedere la fine di tutti procedimenti penali contro la Schettini ci vorranno verosimilmente anni se non decenni, con tutte le conseguenze che questo comporterà in termini di prescrizione. La terza è il constatare che ci sono voluti ben 8 anni, dalla prima denuncia, perchè la magistratura arrivasse a capire quello che queste persone stavano facendo.

Buon anno a tutti.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.